L'altra sera, ospite dell'ottimo Paolo Del Debbio, ho detto una cosa che dovrebbe essere ovvia e invece in Italia suona quasi sediziosa. Sul governo di Giorgia Meloni si può pensare quel che si vuole, ci mancherebbe. La politica non è una religione e nemmeno una squadra di calcio. Però un fatto è un fatto: questo governo ha tenuto in piedi l'Italia negli anni più tempestosi dal 1945. Guerra in Europa, Medio Oriente in fiamme, inflazione a due cifre, energia impazzita, banche traballanti, dazi americani, terremoti geopolitici a ripetizione. E vorrei vedere chiunque altro, in queste condizioni, non far affondare la baracca. Poi è chiaro: la gente è arrabbiata. La benzina costa, gli stipendi non bastano, la delinquenza spaventa. Tutto vero. Ma una cosa è criticare un governo, com'è sacrosanto in democrazia. Un'altra è alzarsi ogni mattina sperando che il Paese vada a sbattere, pur di poter dire: ve l'avevamo detto noi. Mettiamoci d'accordo su una premessa storica, che gli smemorati professionali fingono di aver dimenticato. Dal 2011 al 2022, undici anni filati, l'Italia è stata governata sempre dalla sinistra o dai suoi cugini tecnocratici. Monti, Letta, Renzi, Gentiloni, Conte uno e Conte due, Draghi. E pure il famoso governo gialloverde, quello che a sinistra raccontano come una creatura del demonio, aveva dentro il Movimento Cinque Stelle, che pochi mesi dopo si sarebbe sposato in chiesa col Pd. Undici anni di sinistra al potere, pieni o quasi pieni. Ebbene, quei governi hanno avuto opposizioni mediamente civili. Talvolta perfino patriottiche. A Meloni invece è toccata in sorte una compagnia di serpenti a sonagli: gente che sibila, sputa veleno, monta campagne tossiche e poi, appena la realtà presenta il conto, si squaglia in silenzio. Il caso Nicole Minetti è un manualetto. Per giorni ci hanno raccontato che la grazia firmata da Sergio Mattarella era un favore postumo a Berlusconi, una manina, un complotto. Titoloni, insinuazioni, dietrologie da romanzo d'appendice. Poi è uscita la verità, semplice e umana: un bambino gravemente malato adottato dalla Minetti, motivazioni umanitarie, verifiche fatte da chi le doveva fare. Nessun complotto, nessuna trappola al Quirinale. E gli avvelenatori? Spariti. Nemmeno un rigo di scuse. Ma il capolavoro di malafede l'abbiamo visto sulla riforma di Anna Maria Bernini per l'accesso a Medicina. Una delle rarissime riforme intelligenti di questi anni, e proprio per questo bersagliata come un poligono di tiro. L'idea di Bernini è di una semplicità geniale. I posti a Medicina non sono limitati per cattiveria del governo, signori miei. Il ministro non si diverte a respingere ragazzi. Il limite è fisico, materiale, brutale: non puoi piazzare centomila matricole davanti a un cadavere, non hai i tutor, non hai i reparti, non hai i laboratori. Formare un medico costa una fortuna e richiede strutture vere. Oltre un certo numero, la didattica diventa una truffa e il camice una recita.
Cosa si faceva prima? Una cosa crudele e cretina. Arrivava il famigerato test d'ingresso, spesso delirante, con quiz da Settimana enigmistica e domande costruite per fregare anche chi sapeva tutto. Chi non passava era finito. Cancellato. Un anno buttato nel cestino, e molti non facevano nemmeno in tempo a iscriversi altrove. Decine di migliaia di ragazzi trattati come scarti di magazzino.
Bernini ha rovesciato il tavolo. Tutti entrano, tutti studiano, tutti danno gli esami. La selezione si fa dopo, sul campo, con gli esami universitari veri, non coi quiz a crocette. Chi ce la fa continua a Medicina. Chi non ce la fa non perde un'ora: il semestre vale come credito per Biologia, Farmacia, Biotecnologie, professioni sanitarie, l'intera galassia delle lauree affini. Nessun ragazzo cancellato. Nessuna vita sospesa. Nessun anno
regalato al niente. Era troppo bello per non essere bombardato. Per mesi: ricorsi, sit-in, slogan, interviste lacrimevoli, avvocati amministrativisti in delirio. Cinquemila famiglie trascinate in tribunale. Grosso modo quattro milioni di euro versati ai legali. Tar prima, Consiglio di Stato poi: tutti i ricorsi respinti. Tutti. Senza eccezioni. E adesso che la riforma è stata benedetta dai giudici di ogni grado? Silenzio. Nessuno che dica: avevamo torto. Nessuno che ammetta di aver giocato con l'ansia di cinquemila ragazzi per fare opposizione al governo. Quello sì che è stato un abuso. L'unico abuso vero di questa storia. Intanto i numeri parlano, e parlano forte, anche se la stampa amica del Campo largo li guarda di sbieco. Inflazione precipitata dall'8,9 (settembre 2022) all'1,3 per cento. Spread dimezzato e oltre. Borsa raddoppiata. Disoccupazione ai minimi storici. Spesa sanitaria salita. E le liste d'attesa, ha rivelato Orazio Schillaci, ministro della Salute, all'Aria che tira, scese di circa il venti per cento. Nessuno chiede archi di trionfo. Io stesso non saprei suonare l'Appassionata di Beethoven per Palazzo Chigi. Però il requiem ce l'ho pronto in cassetto, e non è per l'Italia. È per loro. Per il Campo largo dei serpenti a sonagli, che si è messo in testa una scommessa perdente: tifare contro il proprio Paese aspettando lo schianto. Solo che lo schianto non arriva. L'Italia tiene, l'inflazione scende, la Borsa vola, i giudici amministrativi danno ragione al governo perfino sulla riforma di Medicina. E loro? Sibilano sempre più piano. Si avvelenano da soli col loro stesso veleno. Vanno in malora mentre aspettano la malora altrui. Requiem.

