L'unica lite, e pure di scarso rilievo, esplode alle nove del mattino in un bar vicino alla Cittadella perché entrambi i tavoli insistono per pagare il secondo giro di Campari. Per il resto, non si vedono fischietti e nemmeno chi dovrebbe usarli visto che gli abitanti di Genova sembrano scomparsi e le donne, gli alpini, se le sono portate da casa. Certe orgogliose madonne vichinghe con l'espressione più dura di una lastra. Gli autoctoni rimasti sono decisamente i meno intrinseci del posto e in un carrugio particolarmente globalizzato a una signora schiacciata contro al muro dagli effluvi di curry scappa un "per fortuna che ci sono gli alpini... Con loro in città siamo più sicure". Ognuno al proprio posto quindi: i soldati di montagna nella città di mare, i genovesi altrove perché il guaio è che quando sei sobrio non hai voglia di vedere nessuno e quando sei sbronzo nessuno ha voglia di vedere te. Comunque va anche un po' sfatata questa cosa del bere, intanto perché delle quattrocentomila persone presenti sul territorio nell'arco della settimana, gli alpini propriamente detti saranno ottanta-novantamila e non barcollano, semplicemente seguono l'andamento del terreno e poi perché "per gli alpini, l'alcol non è mai uno sballo ma solo un modo di celebrare le fatiche vissute insieme" come mi spiega romanticamente il tenente colonnello Giuseppe Merello che, assieme ad altri cinquanta volontari si è occupato degli alloggiamenti collettivi (tenuti come degli ostelli prussiani) e degli attendamenti (questi ultimi sparsi in tutta la città).
Per cui attorno al Waterfront di Levante di Renzo Piano in questi giorni c'è un mondo. Dai camper fuoriesce di tutto: barbecue esausti ma indefessi con dipinta sul lato la bandiera italiana, bucati svolazzanti, alpini, non si sa quanto propriamente detti, che si docciano sull'asfalto, petto peloso in fuori e ombelico risucchiato in dentro, cappelli abbandonati sui tavolini da campo con le penne afflitte che spirano sul feltro. Ballano, cantano, bevono, salutano moltissimo ma di molestatori neanche l'ombra. Un trionfo di mansuetudine e prudenza malgrado il tasso etilico. Roba da rendere euforici i baristi che infatti escono per strada e li tirano nei locali a gruppi. Una manna da tanti punti di vista malgrado gli iniziali, schizzinosi malumori dei cittadini.
Uno studio dell'università di Udine ha calcolato che l'indotto di un'adunata degli alpini vale tra i 105 e i 120 milioni di euro. Quindi la festa sarà anche sconveniente ma nessuno torna a casa offeso. Tranne forse l'ex consigliera del M5S, Alice Salvatore, che sull'autobus si è sentita presa di mira da "sguardi alticci" e qualche esponente dei movimenti femministi alle quali Massimo Cortesi, direttore dell'Alpino e responsabile nazionale della comunicazione, in un incontro preventivo alla Digos ha mostrato il sito inaugurato dall'Associazione dopo "i fatti" di Rimini (che fatti non erano) del 2022, #controlemolestie.it. "Avesse aderito qualcuno - mi dice sconsolato - quattro gatti, neanche le femministe". Ma di questo nessuno parla perché rovina la narrazione utile E in ogni caso le contestazioni rimangono più sulla carta che per strada. Dove è vero che c'è un mucchio di confusione e disordine, ma si è messo in marcia per migliorare ogni cosa. I gadget, le bancarelle, le pinte di birra Forst e i polli arrostiti. Ma che male c'è? Sono pur sempre alpini e al netto del frastuono sotto il cappello c'è di più. Sono affettuosi con Genova e Genova, sottile e luminosa, finisce con l'essere gentile con loro. Quanto meno quella rimasta qui, che si vede offrire libagioni e sorrisi. Non gli hanno fatto portare i muli, gli hanno contestato i carri armati, avrebbero voluto respingerli ancora prima che arrivassero ma non c'è niente da fare, gli alpini sono rugiadosi di fiducia perché è così che sono abituati a muoversi verso il prossimo.
Altro che molestie, orge d'affetto. Fanno incetta di pesto e fotografano le targhe delle vie, vibrano cento accenti diversi e non ci si ferma a quelli perché sono arrivate quindici delegazioni da tutto il mondo per essere qui tutti assieme, nello stesso abbraccio e nello stesso bicchiere. "Ma chi ve lo fa fare?" chiedo a un alpino atterrato dal Brasile "Servire è un valore ma è anche una sensazione. Ed è impagabile. La vicinanza, se capisce cosa intendo, è tutto". Ma io non ho salvato un infartuato con un massaggio cardiaco, non sono andata a scavare tra i detriti del Ponte Morandi, non ho marciato per quindici chilometri nella neve e forse non sono nemmeno mai riuscita davvero a bere quanto un alpino. Quindi mi limito a osservarli e capirli fin dove posso. Ma a vederli tutti assieme capisco perché il motto "da qui, non si passa".

