Assomiglia a un ecocardiogramma da stress l'azione di Donald Trump nei confronti dell'Italia. Un test di carico ripetuto nel tempo. All'indomani dell'incontro distensivo Meloni-Rubio a Palazzo Chigi, ieri un'altra bordata. Scagliata a freddo dal tycoon: al Corriere della Sera, ha confermato che sta "ancora prendendo in considerazione" l'idea di spostare truppe Usa dal Bel Paese. La mancata concessione delle basi americane in Italia per attacchi militari contro l'Iran aveva innescato le prime illazioni sul parziale disimpegno Usa, tenute volutamente fuori dalla visita "di cortesia" del Segretario di Stato a Roma dopo tensioni amplificate anche sui social dallo stesso Trump con il rilancio nei giorni scorsi di un'intervista pre-guerra del vicepremier Salvini in cui definiva il tycoon "coraggioso"; peraltro pochi giorni dopo l'apertura all'acquisto di gas russo nonostante le sanzioni Ue che l'Italia sostiene. Poi le strette di mano di Rubio venerdì alla Farnesina e a Chigi. Sorrisi e "franchezza", e primo contatto in favore di camera tra l'amministrazione Usa e l'esecutivo dopo settimane di giudizi reciprocamente ribaltati in cui non c'è stata neppure una telefonata tra Meloni e Trump dall'inizio del conflitto iraniano.
Nessuna replica ieri dalla premier. Non è tempo dei riflessi pavloviani. D'altronde Rubio aveva detto che il dossier era nelle mani del presidente, tenendo Sigonella fuori dall'agenda che a Roma ha visto la necessità di collaborare in Libano (richiesta Usa) come in Libia; mandare dragamine a Hormuz in caso di cessate il fuoco permanente; tornare a una più funzionale cooperazione su dossier economici e commerciali partendo dall'intesa sui dazi da sigillare con Bruxelles. Ma a fronte dei punti fissati ventiquattr'ore prima da Meloni, su quanto sia necessario difendere gli interessi nazionali "come fanno gli Stati Uniti, ed è bene che su questo ci si trovi d'accordo", Trump ieri ha alzato il tiro: "L'Italia non c'era quando avevamo bisogno di lei, e io ci sono sempre stato per l'Italia, e così il mio Paese". Il tycoon ha chiarito pure la scelta d'aver pubblicato su Truth un'intervista di Salvini di due mesi prima: "Lo ritenevo appropriato".
Da una scintilla si è innescato un piccolo incendio i cui effetti sono ancora da decrittare. Meloni è attesa in Senato mercoledì per il premier time. Dal 15 al 17 giugno a Évian, in Francia, c'è il G7: e non è confermata la presenza del presidente Usa. Quanto alla minaccia della Casa Bianca di rimodellare l'ombrello deterrente in Italia, e l'ipotesi di spostamento in un Paese dell'est di 5mila militari Usa in Germania, si attende il vertice Nato ad Ankara a luglio. Fino a pochi giorni fa, non temeva increspature l'ambasciatore italiano negli Stati Uniti, Marco Peronaci, che prima del mandato a Washington è stato rappresentante presso la Nato a Bruxelles. Sorveglia e tesse. Tela sfilacciata, ma intatta. All'indomani dell'incontro con Rubio nel governo c'era più voglia di distensione che di rintuzzare le frizioni. Il ministro Tajani tagliava corto: "Alleanza indissolubile, ma se ci sono delle cose che non condividiamo, le diciamo, convinti che l'Italia e l'Europa hanno bisogno degli Stati Uniti ma anche gli Usa, schiena dritta". Guardinga quiete diplomatica. Secondo il ministro Crosetto - prima della nuova fiammata trumpiana - con gli Usa "non ci sono strappi, a volte le nazioni possono dare giudizi diversi sugli avvenimenti, ma la visione di lungo periodo non può cambiare, non dipende dai governi, dunque prosegue il rapporto con gli Stati Uniti che non si è mai incrinato".

