Ottobre 1977. L’autunno in Costa Azzurra scorre via tiepido, mentre echeggia in sottofondo il rumore sordo di colpi bene assestati. Volti che oscillano da destra a sinistra, una coppa in palio, telecamere che stringono sul campo. Siamo ad Aix-en-Provence, per la finale della Raquette d'Or. Sul rettangolo tennistico due mondi sono pronti a collidere: da una parte Guillermo Vilas, il "Poeta della Pampa", una macchina da guerra che macina vittorie con la densità di un operaio metallurgico; dall'altra lui, Ilie Nastase, il "Nasty", l’anarchico della racchetta, l’uomo che tramuta ogni match, alternativamente, in una commedia dell’arte o in una rissa da taverna.
Vilas si presenta all’appuntamento con un biglietto da visita che incute timore: una striscia di cinquantatré vittorie consecutive sulla terra battuta. È l’invincibile, il sovrano assoluto della polvere rossa. Ma Nastase ha un asso nella manica, o meglio, un groviglio di plastica e nylon tra le mani. È la "spaghetti racquet", un’invenzione di Werner Fischer, un orticoltore tedesco che ha deciso di sfidare le leggi della fisica applicata allo sport. Trentasei corde verticali, appena cinque orizzontali, tubicini di plastica e nastro adesivo. Un mostro meccanico che trasforma ogni colpo in un enigma da decriptare, una pallina che rimbalza con traiettorie impossibili, cariche di un effetto che disorienta anche il più solido dei campioni.
Solo pochi giorni prima, al torneo di Parigi, lo stesso Nastase era caduto sotto i colpi di questa diavoleria. A impugnarla era stato Georges Goven, un giocatore solido ma lontano dalle vette del ranking, che proprio grazie all'ordigno di Fischer aveva umiliato il rumeno. In quell'occasione, Nastase aveva vestito i panni del purista offeso, definendo la racchetta "un’eresia", un oggetto "immorale" che rendeva il tennis un gioco d'azzardo piuttosto che una prova di talento. Aveva giurato fedeltà ai princìpi del gioco, dichiarando che mai avrebbe ceduto a simile bassezza.
Ma la coerenza, in certi palcoscenici, cede il passo al cinismo. Osservando altri pionieri del caos come Barry Phillips-Moore farsi strada nei tabelloni grazie a quegli intrecci malefici, Nastase capisce che il futuro appartiene a chi accetta il compromesso tecnologico. Così, ad Aix-en-Provence, la metamorfosi è compiuta: il moralista di Parigi diventa il sicario della Costa Azzurra.
Il match contro Vilas è un supplizio. Nastase gioca una partita tutta votata all’attacco, sfruttando l'arma che fino a pochi giorni prima malediceva. Ogni colpo diviene un fendente impazzito. Vilas, abituato a dominare lo scambio con la forza tribale del suo mancino, si ritrova a combattere contro un fantasma. La palla schizza via, devia improvvisamente, si rifiuta di seguire le linee canoniche. Il primo set vola via in un lampo: 6-1 per il rumeno. Nel secondo, Vilas prova a reagire, ma la frustrazione è un veleno che circola veloce. Sul 7-5 per Nastase, il Poeta cede. Getta la spugna, esce dal campo e pronuncia una frase corrosiva: "Non ho perso contro un giocatore, ho perso contro una racchetta". La denuncia è limpida: la spaghetti racquet è un inganno manifesto.
È il caos. Il Sistema si sente frontalmente sotto attacco. Il tennis, sport nobiliare in ogni senso possibile, vede minacciata la sua integrità da un escamotage da garage. La risposta dell’establishment è tutta condensata in una prova di forza che rammenta i decreti d’urgenza dei nostri palazzi romani. Il 3 ottobre 1977, appena ventiquattr’ore dopo lo scandalo, la Federazione Internazionale (ITF) emana un’ordinanza che proibisce temporaneamente l’uso della doppia incordatura. È un atto d'imperio, una misura protezionistica che mira a salvare l’essenza del gioco dalle derive del progresso fuori controllo.
Il "caso Spaghetti" si chiude definitivamente nel luglio del 1978 a Barcellona, quando l’assemblea generale della ITF ratifica il bando permanente. La racchetta di Fischer finisce in soffitta, insieme ai sogni di gloria di un orticoltore che voleva democratizzare lo spin. Resta però il sapore amaro di una vittoria ottenuta attraverso una scorciatoia, un trionfo che ha il retrogusto della beffa.