In politica, come nella vita, ci sono ferite che non si rimarginano. E ci sono vicende che tornano a galla quando il silenzio, durato anni, diventa insostenibile. Così, a pochi giorni dall’assoluzione in Appello nel processo noto come “Mensa dei poveri”, l’ex consigliere comunale di Forza Italia Pietro Tatarella ha deciso di rompere quello che lui stesso definisce un lungo riserbo, tornando su quel 7 maggio 2019 che ha segnato la sua esistenza e la sua carriera politica. “Da quel 7 maggio 2019 sono passati quasi 7 anni. Non ho mai detto una parola ma è arrivato il momento di dover dire alcune cose” la premessa nel lungo post – o meglio sfogo – pubblicato su Facebook.
L’immagine che accompagna il suo racconto è forte: “La foto sotto mi è stata scattata in Tribunale dove gli agenti di scorta hanno aperto la porta consapevoli che fuori ci fossero i fotografi appostati. Se guardate bene oltre alle manette c'è una catena con un lucchetto, ma io non sono Ilaria Salis e non ero in Ungheria, ma nella democratica Italia che in quei mesi aveva il grillino Bonafede Ministro della Giustizia”. La spettacolarizzazione giudiziaria in un Paese dove la presunzione di innocenza – soprattutto all’epoca – sembrava un concetto in via d’estinzione.
Tatarella ricorda come la cosiddetta “legge spazzacorrotti” avesse trasformato l'arresto preventivo in materiale da spot politico: “Tutti i grillini erano in tv e sul web ad applaudire del mio arresto”. Un clima che ha lasciato un segno indelebile anche sul suo percorso giudiziario e umano: “Avrei da scrivere pagine e pagine, ma ci vorrebbe un libro e non un post” la sua confessione, lasciando intendere che quanto accaduto in quei mesi sia stato ben più complesso e doloroso di quanto sia possibile condensare in poche righe.
Nel suo lungo messaggio c’è spazio per la gratitudine verso chi – pur da posizioni politiche diverse – non ha avuto paura di mostrargli vicinanza umana: “Un grazie ad Alessandro Giungi, Pietro Bussolati, Fabio Pizzul, Elisabetta Strada, Mirko Mazzali e Ada Lucia De Cesaris perchè hanno dimostrato con i fatti la loro vicinanza pur da schieramenti opposti. Ringrazio Andrea Andrea e Marco Osnato che sono stati gli unici deputati a venire a vedere le condizioni delle carceri in cui sono stato oltre che per non avermi mai lasciato solo”. Una lista che testimonia come, anche nei momenti più bui, vi siano ancora persone capaci di andare oltre la propaganda.
Non manca un ricordo affettuoso per Luigi Amicone, che lo ha difeso quando pochi ebbero il coraggio di farlo: “Il mio amico Luigi Amicone che mi ha difeso anche quando era difficile farlo e il Corriere della Sera lo ha perculato con un articolo con tanto di foto”. E proprio nei confronti di una certa stampa Tatarella non risparmia critiche tranchant: “Sul Corriere e su molti giornalisti non dico nulla perchè sarei offensivo, ringrazio però Fabio Massa e Adriana Santacroce che sono stati gli unici giornalisti a scrivermi semplicemente per chiedermi come stavo”.
Il racconto tocca poi il fronte politico-istituzionale milanese. C’è un ringraziamento a chi ha sollevato in Consiglio comunale il tema della costituzione di parte civile del Comune contro di lui: “Cito solo Matteo Forte perchè si alzò in Consiglio comunale per chiedere conto al Sindaco Beppe Sala della costituzione parte civile da parte del Comune di Milano nei miei confronti. L'avvocatura comunale ha chiesto centinaia di migliaia di euro di danni". E qui l’affondo più personale: “Dal Sindaco in questi anni, ma soprattutto oggi nemmeno una telefonata. Si una telefonata me la sarei aspettata perchè durante i mesi del suo processo non usai mai l'inchiesta e la sua condanna per attaccarlo. Ma si sa che signori si nasce e forse ero abituato bene perchè il suo predecessore, Giuliano Pisapia seppur nelle diversità Signore lo era per davvero”.
Parole dure che riflettono un senso di delusione profonda. Così come sincere appaiono quelle rivolte agli elettori che nel momento più difficile non lo abbandonarono: “Ringrazio le 996 persone che mi hanno votato alle elezioni europee anche se mi trovavo in carcere e nonostante la commissione antimafia del Parlamento mi dichiarò, insieme a Silvio Berlusconi, un impresentabile. Grazie dal profondo del mio cuore”.
Il finale è rivolto a Report e al suo conduttore Sigfrido Ranucci, a cui Tatarella attribuisce una forma di violenza mediatica che, nella sua lettura, ha colpito più la sua famiglia che lui: “Si le bombe fanno paura e spaventano, ma anche le parole. Mi avete dedicato un servizio intero su Report quando le indagini non erano nemmeno chiuse senza pensare che fuori c'era una famiglia e un bambino che il giorno dopo doveva andare a scuola con il peso di un papà dipinto come corrotto e amico dei mafiosi. Non è giornalismo d'inchiesta, ma avanspettacolo. Questo è quanto mi sentivo di dover dire”.